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DIGITAL FREESAT FORUM / Other Countries & Languages / Libia: via all'attacco! Moderat de grass
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Mesaj Pagini:  1 2
#26
Burjny
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LIBIA IN FIAMME, PARALISI NATO:
I 28 DIVISI SUL COMANDO
"RAID SU BUNKER DI GHEDDAFI"

                
                                      
    
          TRIPOLI - Nessun accordo alla Nato sul ruolo dell'Alleanza all'interno della coalizione internazionale in Libia: l'ennesima riunione fiume tra i 28 ambasciatori si è conclusa in tarda serata «senza nessuna novità», ha indicato una fonte diplomatica, dando conto dell'ennesimo fallimento. Il Consiglio atlantico tornerà a riunirsi domani. Il compromesso che sembrava a portata di mano, su un ruolo di primo piano per la Nato nella condotta delle operazioni militari in Libia per imporre una no fly-zone, senza l'assunzione della guida della coalizione, si è rivelato insufficiente per chiudere oggi quella «quadratura del cerchio» che il capo dell'Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, sta cercando senza sosta da giovedì.

ALTA POSTA IN GIOCO L'ex premier danese, politico navigato, è ben consapevole della posta in gioco: sulla crisi libica, l'Alleanza sta mettendo a rischio la sua stessa ragione di esistere. Rasmussen ha incassato il superamento delle divergenze con la Turchia, che da oggi partecipa alla missione per l'embargo delle armi con cinque navi e un sottomarino, ma è stato costretto a fare i conti con le resistenze della Francia, che resta contraria ad un 'ombrellò della Nato, per la quale ipotizza solo un ruolo «tecnico». Parigi - che ha lanciato sabato il primo colpo contro Tripoli - chiede che il ruolo politico sia affidato a una sorta di «cabina di regia» tra i ministri degli esteri dei paesi della coalizione. Il ministro degli esteri Alain Juppè ha parlato di «pilotaggio politico» e ha convocato la prima riunione del gruppo di contatto dei paesi coinvolti per martedì prossimo a Londra. Secondo Juppè, la Nato interverrà in Libia come «strumento di pianificazione e di condotta operativa» nell'applicazione di una no-fly zone aerea. L'Italia anche oggi ha invece alzato la voce per pretendere un comando unificato sotto scudo Nato. Per il momento, Roma si deve accontentare di un risultato importante, ma parziale: a dirigere la componente marittima della missione Nato per il rispetto dell'embargo delle armi sarà il contrammiraglio italiano Rinaldo Veri, responsabile del comando navale della Nato a Napoli per il Mediterraneo. La Germania ha confermato che non parteciperà a nessuna operazione militare in Libia e ha affermato che anziché investire mezzi e risorse in un nuovo teatro di crisi, dagli esiti incerti, l'Alleanza dovrebbe aumentare l'impegno in Afghanistan. Da ieri le navi tedesche che pattugliano nel Mediterraneo sono state tolte dal comando Nato e riportate sotto quello nazionale.

RAID DELLA COALIZIONE VICINO TRIPOLI La coalizione internazionale ha attaccato installazioni civili e militari a Jafar, a sud ovest di Tripoli. Lo ha riferito la tv di Stato. «Installazioni militari e civili sono state attaccate dai crociati colonialisti», ha affermato la televisione, citando una fonte militare libica. I raid aerei della coalizione internazionale sulla Libia hanno provocato un «numero importante» di vittime nella periferia orientale di Tripoli, secondo quanto afferma l'agenzia ufficiale libica Jana. «I bombardamenti degli aggressori colonialisti crociati nella zona di Tajura a Tripoli - scrive la Jana - hanno preso a bersaglio un quartiere residenziale facendo un numero importante di morti fra i civili». La Jana dice che un «terzo bombardamento» ha preso di mira i soccorritori che stavano lavorando per estrarre i morti e i feriti dalle macerie. La tv panaraba Al Arabiya ha anche detto che che il compound di Muammar Gheddafi colpito stasera in un raid aereo della coalizione si trova nella città assediata di Ajdabiya, e non a Tripoli.


 
   
#27
Burjny
Membru
Postari: 58
LIBIA, RAIS PRENDE MISURATA:
MIGLIAIA STRANIERI BLOCCATI.
"COLPITA BASE DI GHEDDAFI"

            
                                      
    
          TRIPOLI - I caccia dell'aviazione francese hanno colpito la notte scorsa una «base» militare del regime libico di Muammar Gheddafi: lo ha detto lo Stato maggiore di Parigi. In particolare, l'aviazione francese ha condotto nella notte tra ieri e oggi un attacco contro una «base aerea» della Libia «250 chilometri a sud delle coste», ha annunciato lo Stato maggiore dell'esercito francese nel corso di una conferenza stampa a Parigi. Il raid è stato condotto con missili Scalp lanciati da pattuglie aeree composte da Rafale e Mirage 2000-D, ha precisato il colonnello Thierry Burkhard, portavoce dello Stato maggiore, senza precisare l'esatta localizzazione della base. L'ufficiale ha semplicemente aggiunto che l'attacco ha colpito un obiettivo ad ovest della zona nella quale i caccia francesi hanno concentrato l'essenziale dei loro sforzi dall'inizio delle operazioni, sabato scorso, in particolare, i dintorni di Bengasi. Burkhard non ha voluto fornire ulteriori dettagli sui danni causati dall'attacco.

GHEDDAFI PRENDE MISURATA Le forze di Gheddafi hanno preso il porto di Misurata dopo duri scontri, sequestrandolo e impedendo ai lavoratori stranieri di uscire. La notizia è stata data alle agenzie internazionali dagli abitandi della città costiera libica, che hanno specificato che migliaia di lavoratori stranieri sono bloccati nello scalo.
18 cadaveri carbonizzati sono stati mostrati dagli ufficiali libici ai giornalisti, in un ospedale di Tripoli. I militari pro Gheddafi hanno presentato i cadaveri definendoli militari e civili vittime dei bombardamenti della coalizione. Già ieri sera l'agenzia ufficiale libica Jana aveva parlato di un «numero importante» di vittime nella periferia di Tripoli, a Tajura, a causa dei raid aerei della coalizione internazionale comandata da Usa, Francia e Gran Bretagna.
Intanto il capo della diplomazia francese Alain Juppé ha annunciato che la stessa coalizione «continuerà i raid aerei» su bersagli militari in Libia. «Colpiremo i mezzi militari e nient'altro», ha detto il ministro degli Esteri a radio RTL. «I raid continueranno il tempo necessario», ha aggiunto sottolineando che l'inizio delle operazioni lo scorso sabato è «stato un successo». «L'obiettivo è di proteggere la popolazione civile», ha ricordato Juppè. Interrogato sui tiri della coalizione che avrebbero colpito i civili, Juppè, citando i militari, ha risposto: «è esattamente il contrario».

NATO, ANCORA DISCUSSIONI SU COMANDO I partner della Nato non sono ancora riusciti a trovare un accordo sulle modalità e il ruolo dell'Alleanza nelle operazioni militari internazionali in Libia. Gli ambasciatori dei 28 paesi membri sono riuniti anche oggi con il capo della Nato Anders Fogh Rasmussen, per cercare di trovare un compromesso tra la Francia, che si oppone ad una leadership politica della Nato, e paesi come l'Italia che chiedono invece di fare passare il comando delle operazioni sotto l'ombrello dell'Alleanza Atlantica. I negoziati sembravano ieri ad un passo dalle conclusioni, dopo l'accordo politico tra Usa, Francia e Gran Bretagna sul «ruolo chiave» dell'organizzazione atlantica, ma le divergenze sul comando e il carattere della missione si sono imposte fino alla fine. «Ed ora i tempi rischiano di allungarsi», rilevano fonti dell'Alleanza. La coalizione dei volenterosi da parte sua accelera verso la creazione di una sorta di «cabina di regia» politica, proposta dalla Francia, tra tutti i ministri degli esteri dei paesi partecipanti, che sono stati convocati per martedì prossimo a Londra.

MERKEL: EMBARGO PETROLIFERO COMPLETO La cancelliera tedesca Angela Merkel ha chiesto un «embargo petrolifero completo» contro la Libia, oltre ad «ampie restrizioni al commercio» del paese. «Spero che alla fine troveremo una posizione comune su questo punto», ha detto la Merkel durante un intervento al Bundestag riferendosi al consiglio europeo di Bruxelles. Alla vigilia del summit di Bruxelles, la Merkel ha difeso ancora una volta la decisione della Germania di astenersi sul voto sulla Libia al Consiglio di sicurezza dell'Onu, spiegando che il governo ha fatto questa scelta poichè aveva «dubbi sull'attuazione militare della risoluzione». Tuttavia, ha sottolineato la Merkel, «il governo federale appoggia senza riserve l'obiettivo che è stato approvato con questa risoluzione» e si augura un rapido e «durevole successo» dell'operazione.

NAPOLITANO: SIAMO PIENAMENTE NELL'ONU «Io penso che nel Parlamento ieri si è espressa, pur nella diversità di posizioni, una convergenza fondamentale, molto significativa e importante». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lasciando il sacrario delle Fosse Ardeatine. «È una convergenza fondamentale che esprime - ha aggiunto Napolitano - comprensione della necessità che un paese come il nostro non restasse indifferente di fronte alla repressione di un moto di libertà e di giustizia sociale scoppiato anche in Libia dopo essere esploso in Tunisia e in Egitto». «Stiamo pienamente dentro la Carta delle Nazioni Unite», ha aggiunto Napolitano.

LA RUSSA: TORNADO? MAI SPARATO I caccia Tornado Ecr italiani hanno compiuto in Libia 10 missioni e 32 sortite, senza che fosse necessario neutralizzare radar nemici con i missili di bordo. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel suo intervento alla Camera.
«Fino ad ora - ha spiegato La Russa - sono stati resi disponibili alla coalizione 4 velivoli Tornado ECR impiegabili contro i radar della difesa aerea e 4 velivoli F16 impiegabili nelle operazioni di scorta in volo e di difesa aerea. Questi aerei, a partire da domenica scorsa hanno portato a termine complessivamente 10 missioni e 32 sortite, nel corso delle quali non sono state rilevate emissioni di radar della difesa aerea libica per cui non è stato necessario l'intervento attivo dei sistemi d'arma di bordo». «Tra gli assetti messi a disposizione della coalizione - ha proseguito il ministro - non figurano i Tornado nella tradizionale configurazione di attacco. Questa nostra scelta è avvenuta con la piena concordanza della coalizione, senza alcun contrasto, quindi non sono stati assegnati Tornado predisposti per missioni diverse da quelle specifiche di contrasto dei sistemi di difesa aerea, in particolare dei sistemi radar a questi asserviti». Gli aerei attualmente impiegati, «i Tornado ECR, sono i primi ad arrivare in zona di operazione e gli ultimi a lasciarla - ha spiegato La Russa - perchè sono quelli che rendono possibile l'impiego degli altri mezzi aerei, senza che questi ultimi corrano il pericolo di essere abbattuti dalla contraerea cui sono appunto asserviti i radar, che i nostri Tornado possono oscurare con un disturbo di tipo elettromagnetico generato dalle apparecchiature installate sull'aereo, ovvero distruggere con un missile di precisione che non ha normalmente effetti collaterali, ma che si aggancia sull'emissione del radar e su di essa si dirige, anche ove questa venisse nel frattempo spenta, perchè immediatamente memorizzata».
Oltre ai 4 Tornado Ecr e ai 4 caccia F-16, già messi a disposizione dall'Italia per le operazioni in Libia, «potranno essere disponibili nei prossimi giorni per le operazioni a guida Nato», un gruppo navale e altri velivoli che attualmente «stanno operando sotto comando nazionale». La Russa ha detto che il gruppo navale, che si occupa attualmente della «sorveglianza marittima e del concorso alla difesa nazionale», è quello «guidato dalla portaerei Garibaldi e composto dall'incrociatore Doria, dalla fregata Euro e dal pattugliatore Spica». Riguardo ai velivoli, si tratta di «unità della Difesa aerea», quali «intercettori Eurofighter e F-16 rischierati negli aeroporti di Trapani e Gioia del Colle, cui si aggiungono 2 Tornado e un C-130 per il rifornimento in volo». La Russa, il quale ha ribadito che «quattro caccia sono pronti ad intervenire in soli 15 minuti per la copertura dello spazio aereo italiano», ha quindi sottolineato che «questo apporto concreto fatto di aerei, navi, basi, strutture, conferisce un ruolo di grande rilievo alla partecipazione dell'Italia alla Coalizione».

LA RUSSA ALLA CAMERA: "ONOREVOLI SENATORI..." Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in apertura del suo intervento alla Camera sulla Libia ha annunciato che non si sarebbe discostato da quello fatto ieri in Senato. Ed ha cominciato: «Onorevoli senatori...». Poi si è subito corretto. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha commentato: «E non si discosta». Nell'Aula qualche brusio divertito. La Russa ha poi proseguito con le sue comunicazioni, che ricalcano appunto quelle fatte ieri a Palazzo Madama.

AMM.VERI: NATO ATTUERA' EMBARGO «La Nato attuerà un embargo severo nel Mediterraneo fino all'abbordaggio delle navi sospette». Lo ha detto il comandante navale della Nato nel Mediterraneo, ammiraglio Rinaldo Veri, incontrando i giornalisti nella base di Bagnoli. «Sono fiducioso che avremo nei prossimi giorni le forze navali sufficienti per l'attuazione completa dell'embargo». L'ammiraglio italiano Rinaldo Veri, responsabile di «Allied Maritime commander Naples», che guiderà le operazioni di embargo alla Libia, avrà sotto di sè tre comandi: quello delle navi di superficie, quello dei sottomarini, e quello degli aerei da pattugliamento. L'embargo alla Libia - ha detto l'ammiraglio Rinaldo Veri in una conferenza stampa - è cominciato ieri alle 18 e, al momento, non risulta nessuna violazione. L'operazione Nato, denominata in codice «Operation Unified protector», conta per il momento sulla presenza di unità di sei Paesi: Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Grecia, Turchia e Canada, ma nei prossimi giorni si aggiungeranno unità di altri Paesi, ha detto Veri. L'obiettivo dell'embargo è l'intercettazione di armi e mercenari diretti sulle coste libiche.

PORTAVOCE NATO: COMANDO E' GARANZIA «Affidare le operazioni ai comandi dell'Alleanza atlantica è una garanzia di serietà, perchè il suo staff tiene conto delle sensibilità di tutti e 28 i Paesi membri ed è addestrato a lavorare insieme». Lo afferma il colonnello Massimo Panizzi, portavoce del Comando Militare della Nato, in un'intervista all'Unità. Secondo il colonnello, coinvolgere la Nato nel comando significa anche «condividere i costi delle operazioni», oltre a facilitare il coordinamento e «non lasciare spazio all'improvvisazione». Per ora, fa sapere Panizzi, la Nato ha avviato l'operazione sull'embargo delle armi, denominata 'Unfied Pretector' e l'Italia vi contribuisce con «assetti navali». Il comando dell'operazione è presso la sede Nato di Bagnoli, a Napoli. «L'operazione comporta il controllo e l'ispezione di quelle imbarcazioni - afferma - sospettate di contenere armamenti, mercenari armati o materiale bellico». Quanto alla no fly zone «i piani sono stati predisposti ma non ancora attivati - aggiunge - perchè le discussioni nel Consiglio Atlantico sono in corso».

BERLUSCONI: GHEDDAFI SI FERMI, POI MEDIAZIONE Gheddafi ordini il cessate il fuoco e poi si aprirà una fase di mediazione. È il messaggio del premier Silvio Berlusconi, in un colloquio con il Corriere della Sera, nel quale il presidente del Consiglio afferma: «siamo tutti tesi a chiedere a Gheddafi un vero cessate il fuoco, la fine delle ostilità da parte del Colonnello è la condizione sine qua non per ogni mediazione. Dopo si potrà aprire la fase della diplomazia». In questo momento, secondo il premier, «nessuno può dire qualcosa di certo sugli esiti e sulla durata della missione - aggiunge - Mi sembra che ancora una mediazione non sia matura. La pensano così anche Vladimir Putin e personalità come l'ambasciatore libico Abdullahfed Gaddur che conosce bene la situazione a Tripoli». Il capo del governo, inoltre, si dice convinto che Gheddafi sia «ancora fiducioso di potercela fare perchè ha il controllo pieno della capitale».

BERLUSCONI: ITALIA NON IN GUERRA E NON VUOLE ENTRARCI «Abbiamo ottenuto non solo il pieno coordinamento Nato di tutte le operazioni della missione ma anche l'applicazione puntuale della risoluzione Onu. La coalizione è impegnata a difendere la popolazione civile, l'Italia non è entrata in guerra e non vuole entrarci». Sono le parole del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un colloquio con il Corriere della Sera, sull'intervento militare in Libia. Quanto agli obiettivi della missione, Berlusconi sottolinea che «era già tutto chiaro da sabato, quando la missione è stata decisa». «Ne ho parlato con il premier inglese, David Cameron - aggiunge il premier - e con il segretario di stato americano Hillary Clinton ed erano perfettamente d'accordo». Rispetto all'affidamento del coordinamento delle operazioni alla Nato, il presidente del Consiglio parla di «assunzione piena di responsabilità». «Ripeto, sono tutti d'accordo - prosegue Berlusconi - c'è solo qualche resistenza da parte francese». Il capo del governo si dice poi soddisfatto dell'accordo trovato nella maggioranza sulla risoluzione che impegna il governo italiano nella crisi libica e parla di condizioni come quella «sul ritorno più rapido possibile ad uno stato di non conflittualità», oltre che ad un possibile «pattugliamento del Mediterraneo» con l'impegno dell'Unione Europea. «È una mozione pienamente in linea con quanto pensa tutta la maggioranza - afferma Berlusconi - . Domani (oggi, ndr) sarò a Bruxelles e insisterò con i colleghi europei perchè vengano accettati gli impegni previsti nel documento».


 
   
#28
Burjny
Membru
Postari: 58
LIBIA, NUOVE SANZIONI ONU.
LUNEDÌ COMANDO ALLA NATO
                    
                                      
    
          TRIPOLI - La Nato ha raggiunto un accordo per assumere il comando delle operazioni militari per imporre in Libia una no fly zone. Resta però ancora da precisare un suo ruolo più ampio e per il momento - ha indicato il segretario generale Anders Fogh Rasmussen - resteranno due missioni parallele: quella della coalizione dei volenterosi, che sabato ha sferrato il primo attacco per imporre la risoluzione 1973 dell'Onu, e quella della Nato, che dopo l'embargo delle armi si appresta ad assumere il comando della missione per fare rispettare l'interdizione dei voli sopra la Libia. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha però ribadito che per la Francia il coordinamento della missione deve «restare eminentemente politico». Dopo una settimana di consultazioni non-stop, che hanno registrato momenti altissimi di tensione al quartiere generale dell'Alleanza atlantica, è stata la Turchia ad annunciare per prima l'accordo raggiunto tra gli alleati. Secondo fonti diplomatiche, l'intesa prevede l'assegnazione alla Nato del coordinamento militare e la costituzione di una cabina di regia tra tutti i paesi che partecipano alle operazioni, sul modello della missione Isaf condotta in Afghanistan. Ma i dettagli del compromesso non sono stati resi noti e restano punti da chiarire. Parlando alla Cnn, Rasmussen, ha dichiarato che «per il momento ci sarà un'operazione della coalizione ed un'operazione della Nato». «Si sta ancora discutendo se la Nato prenderà un ruolo più ampio. Questa decisione non è ancora stata presa», ha aggiunto Rasmussen. Ad impedire finora l'assunzione di un ruolo maggiore della Nato sono le differenze di opinione tra i 28 sull'opportunità di condurre raid aerei anche contro le truppe di terra del colonnello Gheddafi. Francia e Gran Bretagna lo ritengono necessario e pienamente conforme al mandato della risoluzione Onu, mentre la Turchia, li ritengono controproducenti e ne chiedono lo stop. Le discussioni proseguiranno per concludersi, probabilmente, martedì a Londra alla riunione tra i ministri degli esteri dei paesi che partecipano alla coalizione dei volenterosi. Una riunione che, in sostanza, dovrebbe essere la 'primà di questa cabina di regia. Il compromesso è stato accolto con particolare soddisfazione dall'Italia, che si è battuta per imporre una catena di comando unico sotto l'ombrello della Nato. Tra l'altro, con il rientro sotto l'Alleanza del comando delle operazioni, sarebbe la base di Napoli ad ospitare il quartiere generale della missione.

UE: OK A NUOVE SANZIONI L'Ue è pronta ad adottare nuove sanzioni per evitare che gli introiti da gas e petrolio finiscano nelle tasche di Gheddafi, vuole salvaguardare l'integrità territoriale della Libia, riconosce il «contributo positivo» dato dalle azioni militari intraprese dalla coalizione per la protezione dei civili e ribadisce: il colonnello «deve andarsene immediatamente». Sono questi alcuni dei passaggi principali delle conclusioni sulla Libia adottate oggi dal Consiglio europeo. I leader dei 27 riconoscono che la riunione svoltasi a Parigi sabato scorso e che ha dato il via libera alle azioni militari della 'coalizione dei volontarì ha dato un «contributo decisivo» all'applicazione della risoluzione 1973 dell'Onu. «Quando la popolazione sarà al sicuro e al riparo dalla minaccia di attacchi - si legge nelle conclusioni - le operazioni militari termineranno». L'Ue, nelle conclusioni rese note a mezzanotte, sottolinea il ruolo «cruciale» dei Paesi arabi, e in particolare della Lega, nell'implementazione della risoluzione 1973 e nella ricerca di una soluzione politica della crisi. L'Europa, insieme ai partner regionali, intensificherà gli sforzi per rispondere alla legittima domanda di democrazia del popolo libico e per avviare un dialogo con le parti tenendo conto della necessità di salvaguardare la sovranità e l'integrità territoriale della Libia. Parallelamente, i 27 «sono pronti» ad adottare ulteriori sanzioni per impedire che gli introiti derivanti dalla vendita di gas e petrolio arrivino al regime di Gheddafi. In questa prospettiva i Paesi membri dell'Ue presenteranno opportune proposte al Consiglio di sicurezza. Ma l'Ue si è impegnata oggi anche a potenziare l'assistenza umanitaria, ricorrendo anche a mezzi navali, per una situazione che, specialmente in prossimità dei confini libici, resta motivo di «grande preoccupazione». Sul fronte dell'assistenza economia, il vertice Ue ha anche deciso di aumentare di un miliardo di euro il plafond delle operazioni Bei nei Paesi mediterranei che hanno intrapreso riforme politiche. Ed ha invitato gli 'azionistì della Berds ha considerare la possibilità di estendere il suo campo d'azione anche ai Paesi vicini del Sud.


 
   
#29
Burjny
Membru
Postari: 58
LIBIA, DALL'ITALIA 150 MLN A
TUNISI PER FERMARE SBARCHI
   
                                      
    
         •Immigrati in fuga da Mineo
PALERMO - È arrivata all'alba a Lampedusa la prima nave cisterna con acqua inviata dalla Regione siciliana con a bordo quasi 5.000 metri cubi di acqua potabile per fare fronte alla crisi idrica. Per il pomeriggio è previsto l'arrivo di un'altra nave cisterna con 1.500 metri cubi d'acqua. «Entro giungo prossimo - ha spiegato l'assessore regionale siciliano Giosuè Marino - invieremo a Lampedusa circa 60.000 metri cubi di acqua».

I ministri degli Interni Roberto Maroni e degli Esteri Franco Frattini hanno preso accordi con le autorità tunisine per contrastare l'ondata di clandestini che da settimane sta invadendo le coste del Sud Italia. I colloqui si sono tenuti a Tunisi: in cambio dei controlli marittimi del governo di Tunisi, l'Italia fornirà uomini e mezzi di addestramento e una linea di credito di 150 milioni di euro.

IMMIGRATI IN FUGA DAL CENTRO DI MINEO
Immigrati in fuga dal centro di accoglienza di Mineo hanno messo in allarme gli abitanti di tutto il catanese. Come mostrato in un servizio di Sky Tg24 gli immigrati scavalcano la rete di sicurezza nonostante il filo spinato e si allontanano per le campagne, per evitare i controlli.

ANCORA SBARCHI A LAMPEDUSA, SONO UN CENTINAIO
  Ancora sbarchi a Lampedusa, dove si trovano ancora oltre 4mila immigrati. La notte scorsa altri 92 profughi sono approdati sull'isola. E' intanto partita la nave militare San Marco diretta a Taranto, con circa 500 migranti che dovrebbero essere trasferiti in una tendopoli a Manduria. E' arrivata una nave cisterna con 4 mila metri cubi d'acqua per fare fronte all'emergenza idrica. Per domani e' invece previsto l'arrivo di una nave passeggeri in grado di imbarcare circa mille persone.


 
   
#30
Burjny
Membru
Postari: 58
LIBIA, CITTÀ DI AJDABIYA
PRESA DAI RIBELLI
COLPITO SITO RADAR A TRIPOLI

                    
                                      
    
         •Proteste in Siria, decine di morti
TRIPOLI - La città libica di Ajdabiya è caduta stamani nelle mani degli insorti. Lo riferiscono giornalisti della France Presse sul posto. Nella notte tre forti esplosioni hanno scosso la periferia est di Tripoli ed un sito militare è in fiamme. Lo riferiscono abitanti della zona. «Il quartiere è stato scosso da tre esplosioni consecutive. I vetri delle finestre sono andati in frantumi. Il raid ha colpito una postazione radar, che ha preso fuoco», racconta un testimone che abita a circa 300 metri dal bersaglio colpito. Diversi siti militari sono situati alla periferia est della capitale libica, bersagliata quotidianamente dai raid della coalizione dall'inizio delle operazioni militari in Libia, il 19 marzo.

SOSPESI TRASFERIMENTI DI IMMIGRATI NEL CATANESE
«Libertà, libertà, libertà»: dopo giorni di sbarchi e tensioni, sul molo di Lampedusa esplode la protesta delle migliaia di migranti accampati in condizioni inumane da una settimana. Una rabbia innescata dalle due ore di ritardo con cui è arrivato il camion che distribuisce il cibo, ma in realtà covata da tempo. E che, in assenza di soluzioni e con 4.500 stranieri ancora sull'isola, potrebbe sfociare presto in una rivolta in piena regola. Quanto accaduto al porto è, dunque l'ennesimo segnale che bisogna intervenire in maniera massiccia, perchè la situazione è ormai degenerata. Ed infatti il Viminale, al termine della riunione dell'unità di crisi per la gestione dell'emergenza, ha deciso di utilizzare navi passeggeri per svuotare Lampedusa. La prima arriverà già domenica, per prelevare i primi mille tunisini, mentre la seconda approderà martedì. Nella notte salperà invece la nave San Marco, tornata per la seconda volta a Lampedusa, che trasferirà a Taranto cinquecento migranti che verranno portati in un nuovo centro di accoglienza e identificazione che i vigili del fuoco stanno allestendo a Manduria. Un centro che, secondo quanto si apprende, dovrebbe essere allestito inizialmente per circa cinquecento persone ma che potrebbe poi essere ampliato fino ad ospitarne 3-4mila. Il Viminale ha anche convocato per giovedì Regioni, Province e Comuni per mettere a punto in via definitiva il piano di accoglienza per i profughi e ha sospeso i trasferimenti dei richiedenti asilo a Mineo. «Puntiamo ad individuare tra i siti messi a disposizione della Difesa aree idonee ad ospitare i migranti che si trovano ora a Lampedusa» dice il ministro dell'Interno Roberto Maroni al ritorno dalla Tunisia, ammettendo che ci sono difficoltà, dovute al fatto che in soli due mesi e mezzo sono arrivati 15 mila migranti. «Stiamo facendo ogni sforzo - assicura - per trovare una soluzione». «Lampedusa è un dramma e il governo se ne è fregato - gli risponde il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo -. Avrebbe dovuto prevenire quello che sta capitando». Lombardo ha anche detto di essersi rivolto al capo dello Stato e ha annunciato che sarà a Lampedusa «fino a quando il governo non risolve il problema».

Quel che è certo è che sull'isola ieri si è rischiato molto. Centinaia di migranti sono scesi di corsa dalla collinetta sopra il molo dove sono accampati da giorni e hanno praticamente assaltato il camion del cibo, arrivato in ritardo di due ore. È stata la scintilla che ha innescato la protesta. «Guarda qua, guarda, sono due ore che aspettiamo - dice uno di loro - portano il cibo nel camion della mondezza». In centinaia urlano «libertà, libertà» e «Sicilia, Sicilià». Le forze dell'ordine contengono a fatica la protesta, che poi fortunatamente rientra. «Da sei giorni non facciamo una doccia, siamo sporchi - dice un tunisino sui quarant' anni in perfetto italiano - dormiamo fuori, non c'è acqua, non c'è il bagno, siamo senza tende e senza coperte. Ma, Dio, mica siamo animali, vogliamo solo andare via da qua». È giallo, intanto, sul barcone carico di 330 eritrei partito da Tripoli mercoledì. L'imbarcazione, secondo alcune fonti, sarebbe stata intercettata questa mattina ad una trentina di miglia a nord da Tripoli da una nave militare canadese della Nato che sta imponendo il blocco navale alla Libia. Ma, secondo altre fonti, il barcone intercettato potrebbe non essere quello degli eritrei ma un altro salpato la scorsa notte dalla Libia. In serata, don Mosè Zerai, presidente dell'agenzia umanitaria Habeshia, ha riferito di un barcone soccorso nel pomeriggio da una unità della Nato battente bandiera canadese, e da questa abbandonato alla deriva dopo il rifiuto da parte degli occupanti (350 profughi tra cui 200 donne, di varie nazionalità ma in gran parte eritrei) di essere condotti in Tunisia. Il portavoce della Nato a Napoli David Taylor ha confermato che una nave militare dell'Alleanza Atlantica ha ricevuto un sos da un'imbarcazione in difficoltà nel Mediterraneo a causa di un'avaria al motore. Ma non ha precisato nè di che nazionalità sia la nave Nato che l'ha intercettata, nè la destinazione del barcone, nè l'esito dell'operazione di soccorso.

DECINE DI MORTI IN SIRIA
Il viso perennemente abbronzato del ministro dell'informazione siriano Mohsen Bilal appare in serata sugli schermi della tv panaraba al Arabiya per informare «i gentili telespettatori» che «a Damasco e nelle altre città del Paese la situazione è calma». In sovrimpressione appare invece la scritta «notizia urgente» che riferisce della morte di tre cittadini della capitale caduti sotto il fuoco delle forze di sicurezza governative e della chiusura dell'intero quartiere periferico da parte di agenti in tenuta anti-sommossa. È la fotografia di una nuova giornata di drammatiche notizie non confermate di decine di morti e di silenzi e smentite da parte delle autorit…, che continuano a negare quanto invece appare ormai a fiumi sui video amatoriali pubblicati sulla Rete. A Samnin, villaggio a nord di Daraa, epicentro delle proteste senza precedenti nel sud del Paese, si parla di oltre venti morti, uccisi mentre cercavano di forzare il blocco delle forze di sicurezza, schierate a impedire che i residenti delle varie localit… dell'Hawran, di cui Daraa è capoluogo, affluissero in quella che è stata gi… ribattezzata «la porta della liberazione». Circa cinque ore dopo i presunti sanguinosi scontri tra residenti e forze dell'ordine a Samnin, un'indiscrezione di stampa attribuita a una non meglio precisata fonte ufficiale, informava della «morte di dieci dimostranti» nel villaggio del sud. A essere sotto assedio ormai non è pi— soltanto Daraa ma anche altre localit… dell'Hawran: testimoni oculari riferiscono di un ingente dispiegamento di militari dell'esercito, a cui sarebbe stato affidato il compito di gestire i posti di blocco agli ingressi di tutte le localit… coinvolte, che sarebbero una decina. Alle forze speciali guidate da un cugino del presidente e ai reparti speciali della polizia è invece affidato - sempre secondo le testimonianze che giungono non confermate dal sud della Siria - il lavoro 'sporcò, entrare nei centri abitati e stanare i rivoltosi, disperdere i cortei, sparare a vista e ad altezza uomo. Ma cortei anti-regime si sono avuti in maniera minore anche in quasi tutte le citt… del Paese: da Homs a Hama al centro della striscia di territorio fertile che da Damasco conduce fino ad Aleppo, e poi a Latakia, porto simbolo dello strapotere dei clan alawiti alleati degli Assad. Alcune fonti riportano la notizia - anch'essa priva di conferme - della morte di quattro persone a Latakia, e di scontri violenti con feriti a Jabla, poco pi— a sud, e nel sobborgo di Sleibe. Ad Aleppo il tentativo di manifestare a partire dalla Grande moschea è stato represso a manganellate all'interno della sala di preghiera, con un video amatoriale pubblicato su Youtube che conferma quanto raccontato dai testimoni. A Raqqa nell'estremo nord e a Qamishli, nel nord-est curdo ai confini con Turchia e Iraq, centinaia di persone sono scese in strada scandendo lo slogan ormai celebre della mobilitazione siriana: «Iddio, Siria, libertà e basta!», mentre cortei di lealisti hanno imperversato dalla tarda mattinata e fino al pomeriggio per Damasco, ripresi dalle uniche telecamere accese: quelle della tv di Stato.


 
   
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Burjny
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LIBIA, I RIBELLI: "PRONTI A
ESPORTARE PETROLIO"

                
                                      
    
          TRIPOLI - Le forze di Muammar Gheddafi in ritirata dall'est del Paese, con gli impianti petroliferi strategici tornati nelle mani dei ribelli che si dicono pronti a esportare l'oro nero all'estero, e che ora puntano su Sirte, preparandosi all'offensiva contro la città natale di Gheddafi, simbolo del regime e della Rivoluzione. È la Libia oggi, nel nono giorno dall'inizio della missione «Odissey Dawn», contrassegnato dall'avanzata degli antigovernativi e dalla dura battaglia in corso a Misurata, unica città dell'ovest nelle mani degli anti-Gheddafi. Ma è anche il giorno in cui a Bruxelles il comitato militare della Nato ha trovato l'intesa sul comando delle operazioni, affidate al generale canadese Charles Bouchard, che saranno tese a «proteggere i civili e le aree popolate da civili sotto minaccia di attacco da parte del regime». La missione, denominata «Unified protector», prevede una no fly zone rafforzata (no fly zone plus), ovvero raid su bersagli di terra. All'Alleanza occorreranno circa 48 ore per assumere il pieno controllo delle operazioni. Intanto, procede anche il pressing diplomatico su Tripoli: Washington annuncia possibili colpi di scena, se è vero, come detto oggi dal ministro della Difesa Usa Robert Gates e dal segretario di Stato Hillary Clinton, che ci sarebbero «defezioni importanti» tra le fila del governo libico. Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini dal canto suo ribadisce: l'esilio di Gheddafi «‚ una delle opzioni che la comunità internazionale sta valutando», dicendosi convinto che anche a Bengasi la soluzione verrebbe accettata. Mentre a Bruxelles si discuteva, l'offensiva dei ribelli supportata dai raid aerei su Sirte e Ajdabiya, ripresi in serata anche su Tripoli, ha visto cadere una dietro l'altra le principali città tra Bengasi e Sirte: i ribelli festeggiano ad Ajdabiya, dove ieri hanno ammainato le bandiere verdi del regime, e soprattutto a Ras Lanuf, considerato il secondo sito strategico per il settore energetico libico - c'è una raffineria da 220.000 barili al giorno e numerosi depositi di petrolio e gas -, e Marsa el Brega, sede di un importante terminal per l'export. I campi petroliferi riconquistati nelle ultime 48 ore consentiranno ai ribelli di «produrre almeno 100.000, 130.000 barili al giorno» con una potenzialità di «300.000», ha detto Ali Tarhoni, responsabile per gli affari economici degli antigovernativi, che affermano di aver già siglato un contratto con il Qatar per l'export. Il flusso di greggio riprenderà «in meno di una settimana». L'avanzata militare è rapida, forse anche troppo: sul loro cammino i ribelli «non vedono soldati di Gheddafi», confermando indirettamente quanto annunciato ieri dal governo, ovvero una «ritirata tattica» dei militari dall'est. Tanto che una avanguardia dei ribelli sarebbe entrata in serata Nawfaliya, circa 100 km a est di Sirte, ultima città di rilievo prima della roccaforte di Gheddafi. Ora gli armati attendono che i raid della coalizione puliscano il campo dai corazzati nemici, che stazionerebbero a circa 50 km di distanza. I fatti sembrano dar loro ragione: i raid aerei sono tornati a colpire in serata proprio Sirte, provocando almeno due forti esplosioni. La tensione è alle stelle, tanto che nella roccaforte del rais nel pomeriggio testimoni hanno visto un convoglio di 20 mezzi militari, tra cui mezzi antiaerei mobili, e dozzine di auto cariche di civili in fuga verso Tripoli. A Misurata invece, unica città dell'ovest nelle mani dei ribelli, si combatte ancora. La propaganda di entrambi i fronti ha assicurato che la città è sotto il controllo dell'una o dell'altra parte, ma i residenti che sono riusciti a far sentire la propria voce parlano di intensi bombardamenti di artiglieria, cannoneggiamenti dei carri armati, scontri a fuoco in Tripoli street, principale arteria della città, con i cecchini del governo piazzati sui tetti che sparano a tutto ciò che si muove. «Stiamo cercando un riparo, ma qui nulla è più sicuro», ha detto un testimone, assicurando che in città ci sono elementi dell'esercito libico ma anche molti mercenari in azione. Anche il leader potrebbe trovarsi lì, a guidare i suoi soldati: «Sta conducendo la battaglia. Sta guidando la nazione dappertutto nel paese», ha detto il portavoce del governo Ibrahim Mussa, evocando una delle immagini più care alla propaganda del regime, Gheddafi alla testa dei suoi carri armati che dà battaglia all'Occidente invasore.

MASSACRO A MISURATA «Qui c'‚ stato un altro massacro, ci sono almeno otto morti e 24 feriti, alcuni hanno perso parti del loro corpo e sono in condizioni gravissime». Le truppe di Muammar Gheddafi sono tornate oggi a sferrare una nuova offensiva contro Misurata, unica roccaforte degli insorti nella Libia occidentale, e un residente, che ha detto di chiamarsi Saadoun, ha raccontato al telefono a un giornalista dell'agenzia Reuters della nuova giornata di sangue vissuta da una città ormai allo stremo. Non vi è modo di verificare quanto Saadoun ha riferito ma è comunque certo che i lealisti oggi sono tornati all'attacco in forze, per cercare di eliminare quest'ultima testa di ponte nemica e riprendere il controllo di tutto l'ovest. Residenti hanno riferito alla BBC che i governativi hanno cominciato a cannoneggiare la città, con carri armati e artiglieria pesante, e sono riusciti a raggiungere il centro. Qui avrebbero preso il controllo del Palazzo del Popolo e vi avrebbero piazzato cecchini sul tetto. Sempre secondo i residenti, i lealisti avrebbero ormai il controllo del 60% della città. Fra di loro ci sono non solo soldati ma anche mercenari. Gli scontri più duri si sarebbero verificati nell'arteria principale, Tripoli Street. La situazione per la popolazione è terribile. Bombardamenti e sparatorie sono continui, mancano luce e acqua, il cibo comincia a scarseggiare. L'ospedale è intasato di feriti, mandati subito a casa dopo medicazioni o amputazioni per far spazio a nuovi pazienti. Nei giorni scorsi i ribelli sono riusciti a far arrivare rifornimenti via mare, con alcuni pescherecci partiti da Bengasi, ma ora i governativi controllano una parte del porto e anche questa via è chiusa. La Tv di stato oggi ha detto addirittura che la città «è ora sicura, le forze antiterrorismo hanno arrestato i membri delle bande armate che terrorizzavano la popolazione». Un altro degli insorti, Sami, ha detto invece alla Reuters che «i ribelli vogliono proseguire con i loro attacchi e cacciare gli uomini di Gheddafi fuori dalla città tutti insieme. Ieri gli aerei della coalizione avevano colpito duramente gli assedianti, bloccando temporaneamente i loro attacchi. Aerei francesi avevano distrutto cinque aerei militari libici e due elicotteri nella base aerea di Misurata. La popolazione della città, circa 500.000 abitanti, appartiene alla tribù dei Warfalla, una delle principali della Tripolitania. Tradizionalmente alleati di Gheddafi, dopo lo scoppio della guerra civile i Warfalla sono passati in buona parte con l'insurrezione e hanno fatto della città una delle roccaforti dei ribelli all'ovest (la parte del paese controllata dal colonnello). Misurata è la terza città della Libia, dopo Tripoli e Bengasi. Si trova sulla costa a 210 km a est della capitale e si è sviluppata fin dai tempi dei Romani intorno a una grande oasi. Ha una ricca produzione di frutta, olive e datteri e numerose fabbriche alimentari, tessili e di artigianato. Dal '79 ospita anche una delle più grandi acciaierie del Nordafrica.

COMANDO ALLA NATO  Sarà la Nato a difendere i civili e le aree popolate della Libia dalle minacce di attacchi delle forze del colonello Moummar Gheddafi. I 28 Alleati hanno approvato stasera i piani per assumere sotto la loro responsabilità l'implementazione di «tutti gli aspetti» della risoluzione Onu 1973, incluso il paragrafo 4, che autorizza la comunità internazionale a prendere «tutte le misure necessarie» per proteggere i civili e le aree popolate sotto minaccia di attacco, escludendo solo «l'occupazione sotto qualsiasi forma» di qualsiasi parte del territorio libico. Con questa piena assunzione di responsabilità, la Nato assume da subito il comando politico e militare di tutte le operazioni in Libia e la missione internazionale 'Odissea all'albà, lanciata dalla 'coalizione dei volenterosì sotto il controllo di Usa, Francia e Gran Bretagna, passa sotto il controllo dell'Alleanza prendendo il nome di «Unified protector», protezione unificata. I piani e le regole di ingaggio messi a punto dal Comitato militare hanno passato il vaglio politico dei 28 ambasciatori dell'Alleanza che, a tarda serata, hanno raggiunto l'accordo cercato con determinazione - e molti momenti di tensione - da almeno dieci giorni. La Nato sarà in grado di assumere la guida totale delle operazioni «entro 48-72 ore», hanno indicato fonti diplomatiche. La macchina ha già i motori accesi e domani il generale canadese Charles Bouchard, che guiderà da Napoli le forze Nato e non-Nato impegnate nella missione, incontrerà la stampa nella base napoletana. Oltre all'embargo delle armi e al comando per l'interdizione dei voli nei cieli libici, l'Alleanza agirà per proteggere i civili e le aree abitate dalla minaccia di attacchi delle truppe del colonnello Gheddafi, attraverso una 'no fly zonè rafforzata (no fly zone plus) che include raid aerei e bombardamenti su bersagli di terra. La Nato non rifornirà però di armi gli insorti. C'è un embargo delle armi contro tutto il territorio della Libia e noi -ha chiarito il ministro della Difesa difesa britannico Liam Fox smentendo indiscrezioni stampa - «dobbiamo accettarlo». Anche la no fly zone sarà del resto applicata in maniera «imparziale». L'interdizione dei voli riguarderà gli aerei di Gheddafi, ma anche quelli dei ribelli, con la sola eccezione dei velivoli autorizzati. L'obiettivo militare in Libia «non è l'uscita di scena di Muammar Gheddafi», hanno dichiarato il segretario della Difesa Usa Robert Gates e il segretario di Stato Usa Hillary Clinton. Lo scopo prioritario della missione - hanno sottolineato - è la protezione della popolazione civile. L'uscita di scena di Gheddafi resta ovviamente un obiettivo politico, che la comunità internazionale intende perseguire con gli strumenti della diplomazia, non con quelli militari. La conferenza di Londra di martedì tra i ministri degli esteri dei paesi che partecipano alla missione sarà focalizzata su questo. Sull'ampiezza e le modalità della missione, gli Alleati si erano divisi. In particolare, i raid aerei contro bersagli a terra condotti dalla coalizione dei volenterosi avevano irritato la Turchia, secondo la quale andavano oltre il mandato Onu. Ankara aveva chiesto lo stop di tutti i raid prima del passaggio del comando alla Nato della no fly-zone. Le divergenze sono poi rientrate ed è stato possibile giovedi sera raggiungere un accordo di principio che oggi si è tradotto in piani militari, regole di ingaggio e controllo politico di tutte le operazioni. Molto soddisfatto il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen: «è un passo molto significativo che dimostra la capacità della Nato di prendere decisioni decisive».

IL PIANO ITALO-TEDESCO «Abbiamo un piano e vedremo se si potrà tradurre in una proposta italo-tedesca. Magari da elaborare in un documento congiunto da presentare martedì», al vertice della coalizione che si terrà a Londra. Lo annuncia il ministro degli Esteri, Franco Frattini, in un'intervista alla Repubblica. «In questi giorni difficili - afferma il capo della diplomazia italiana - forse l'Europa ha perso dei pezzi, noi non vogliamo perdere la Germania e un'evoluzione verso il cessate il fuoco ne renderà più facile il rientro». Il ministro ricorda che «fino ad oggi sono esistiti tre comandi distinti delle operazioni: quello italiano e americano a Napoli, un secondo britannico e un terzo francese» ma da lunedì il comando passa alla Nato. Quanto allo stato di salute dei rapporti con la Francia, Frattini fa sapere che «restano immutati», ma aggiunge che «non abbiamo condiviso la scelta della coalizione dei volenterosi. Vi abbiamo partecipato in quanto misura urgente e temporanea». Ed esclude che ora esisterà una cabina di regia, «tanto meno a due». I passaggi del piano italo-tedesco prevederebbero, secondo il ministro, il cessate il fuoco che dovrà essere monitorato dalle Nazioni Unite, l'istituzione di un corridoio umanitario permanente e un «impegno forte dell'Unione africana e della Lega araba», oltre al coinvolgimento dei gruppi tribali «che lavoreranno ad una costituzione per la Libia». Quanto alla sorte del rais, Frattini esclude la sua permanenza al potere e dichiara: «altra cosa è pensare ad un esilio, l'Unione africana si è già fatta carico di trovare una soluzione» e anche nel regime libico c'è chi «sta lavorando per favorire dall'interno questa via d'uscita».

RIBELLI RICONQUISTANO CITTÀ, DECISIVI I RAID Aiutati dai raid aerei internazionali, i ribelli libici ieri hanno annunciato la riconquista di Ajdabiya e, in maniera controversa, anche di Brega, due centri strategici nel quadrante est della Sirte. Sull'altro lato del golfo le forze del colonnello Muammar Gheddafi hanno continuato a cannoneggiare l'enclave ribelle di Misurata per fermarsi solo quando in cielo sono comparsi gli aerei della coalizione. E mentre a Bruxelles la Nato sta mettendo a punto piani e regole di ingaggio per il passaggio del comando della missione all'Alleanza - proprio come auspicato dall'Italia nonostante le resistenze francesi - da Washington il presidente Barack Obama ha usato il consueto messaggio del sabato per rassicurare gli americani annunciando che la coalizione sta vincendo e ha sventato una «catastrofe umanitaria» e «un bagno di sangue». Ad essere riconquistate dai ribelli è stata prima Ajdabiya, citt… a 160 km a sud di Bengasi, considerata la 'portà verso due importanti centri petroliferi tra cui Brega, situata circa 80 km più a ovest e, almeno secondo alcune testimonianza, espugnata nel pomeriggio di ieri . Le due città erano state dapprima conquistate e poi perse dai ribelli tra il 13 marzo e una settimana fa. Questi hanno annunciato di aver inseguito per una trentina di km le truppe di Gheddafi in fuga verso ovest, dove si trova un altro importante centro petrolifero, Ras Lanuf, coprendo dunque circa 270 degli 800 km della litoranea del Golfo della Sirte. Per facilitare l'avanzata degli insorti verso ovest, in nottata la coalizione ha attaccato alcuni reparti di lealisti lungo la strada che collega Ajdabiya a Sirte, città natale di Gheddafi. E sempre nella tarda serata di ieri è stata colpita nuovamente Sabha, città della Libia centrale che rientra nella sfera di influenza della tribù del colonnello. Ribelli e fonti ufficiali (che denunciano una strage di civili) hanno attribuito un ruolo decisivo negli sviluppi sul terreno ai raid aerei della coalizione. Riferendosi solo a Ajdabiya, il viceministro degli Esteri libico Khaled Kaaim ha parlato comunque di mera «ritirata strategica» e di una prossima ulteriore riconquista della città. Il centro ieri si presentava come una città fantasma per la fuga di una rilevante parte dei suoi abitanti. Il bilancio di vittime degli scontri è incerto ma i ribelli segnalano nove morti e nove feriti, ma altre fonti parlano di almeno 21 soldati di Gheddafi uccisi nei pressi della città dove sarebbe stato catturato anche un generale dell'esercito del rais. Intanto a Misurata, città portuale circa 200 chilometri ad est di Tripoli controllata dai ribelli, è stata attaccata con carri armati e artiglieria fino a quando, in serata, sono comparsi aerei nel cielo della coalizione che hanno fatto fermare i bombardamenti. Il bilancio di una settimana di scontri sarebbe di almeno 115 morti, causati anche da cecchini del regime che - secondo testimonianze, - sparano sui civili. Oltre a quelli della tarda serata, la coalizione ha effettuato altri raid: i jet francesi hanno distrutto a terra, proprio a Misurata, cinque aerei e due elicotteri nemici. Tre missioni aeree sono state compiute tra venerdi e sabato oggi da caccia F-16 dell'Aereonautica militare italiana schierati a Trapani. «La missione in Libia sta avendo successo», ha detto Obama sotto assedio del Congresso che lo accusa di aver preso la missione alla leggera. «Quando uno come Gheddafi minaccia un bagno di sangue e la comunit… internazionale Š pronta ad agire insieme Š nel nostro interesse nazionale agire», ha argomentato il presidente sottolineando che la missione in Libia «ha evitato una catastrofe umanitaria e le vite di civili, innocenti uomini, donne e bambini, sono state salvate». Il segretario alla difesa Usa Robert Gates dal canto suo ha affermato che i governativi userebbero i cadaveri delle persone da loro stassi uccise facendoli passare per vittime civili dei raid aerei della coalizione. Il riferimento di Obama alla comunità internazionale è indirettamente anche alla Nato e quindi all'accordo politico per il passaggio sotto il comando dell'alleanza atlantica di tutte le operazioni militari in Libia. In base a tale intesa, il Comitato militare della Nato, presieduto dall'ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha lavorato per pianificare l'intervento.


 
   
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Burjny
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LIBIA, AMNESTY DENUNCIA:
RAIS FA SPARIRE OPPOSITORI

                
                                      
    
          TRIPOLI - Per la Nato «non c'è alcun cambiamento politico, nè cambiamento di piani». Lo ha detto una portavoce della Nato a proposito del passaggio del comando delle operazioni dagli americani all'Alleanza Atlantica previsto per giovedì mattina. «In questo momento - ha precisato la portavoce - gli alleati stanno trasferendo i mezzi. Non c'è alcun ritardo. Spetta al comandante della task force, gen. Buchard, annunciare la piena capacità operativa. Ci aspettiamo che lo faccia presto». «Nel giro di due settimane dal momento dell'adozione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - ha detto la portavoce dell'Alleanza Atlantica - sono state messe in atto tre operazioni a comando unico della Nato». «Questa - ha sottolineato la portavoce - è una riposta rapida e decisa».

AMNESTY DENUNCIA: OPPOSITORI SPARITI «Le forze libiche fedeli al colonnello Muammar Gheddafi sono responsabili di una campagna di sparizioni forzate destinata a stroncare l'opposizione crescente al suo governo». È la denuncia contenuta in un documento diffuso oggi da Amnesty International. Il documento descrive una trentina di casi di persone scomparse dall'inizio delle proteste, tra attivisti politici, sospetti ribelli o presunti simpatizzanti di questi ultimi. «A quanto pare, è in vigore una politica sistematica di arrestare chiunque sia sospettato di opporsi al colonnello Gheddafi, trattenerlo e trasferirlo nell'ovest del paese, ancora sotto il suo controllo. Date le circostanze in cui si sono verificate queste sparizioni forzate, vi sono tutte le ragioni per ritenere che le persone che ne sono vittime corrano seri rischi di subire torture e maltrattamentì »ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e l'Africa del Nord di Amnesty International. «Il colonnello Gheddafi - chiede Amnesty - deve porre fine a questa vergognosa campagna e a ordinare alle sue forze di rispettare il diritto internazionale». Le sparizioni, indica l'organizzazione, sono iniziate persino prima che le proteste contro il colonnello Gheddafi si trasformassero in rivolta armata. «Il colonnello Gheddafi potrebbe essere giudicato responsabile, in un processo internazionale, di ogni crimine commesso dalle sue forze durante questo conflitto. Chiunque sia detenuto solo per aver sostenuto pacificamente le proteste dev'essere rilasciato immediatamente e poter tornare a casa in condizioni di sicurezza», ha sottolineato Smart. Il documento diffuso oggi è frutto del lavoro del team di ricerca di Amnesty International nell'est della Libia.

GHEDDAFI: EUROPA COME HITLER Nascosto in uno dei suoi bunker segreti a Tripoli, Gheddafi rialza la voce e paragona la «barbara offensiva» in Libia «a quella di Hitler in Europa» mentre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annuncia «per domani» il passaggio del comando delle operazioni militari alla Nato e si impegna a non commettere gli stessi errori che in Iraq. Il messaggio di Gheddafi, rivolto al Gruppo di contatto che si riunisce oggi a Londra, è stato rilanciato dall'agenzia di stampa libica Jana, mentre sul terreno gli insorti che marciavano verso Sirte, città natale e roccaforte del Rais, sono stati bloccati dal fuoco di sbarramento dell'esercito e costretti a ripiegare su Ben Jawad, 150 chilometri da Sirte. «Bloccate la vostra barbara e ingiusta offensiva contro la Libia. Lasciate la Libia ai libici, state conducendo un'operazione di sterminio di un popolo e distruggendo un paese in pieno sviluppo», ha detto Gheddafi.
Il messaggio del Colonnello è giunto a poche ore dall'inizio della riunione di Londra sulla Libia, che ha il compito di pilotare sul piano politico l'operazione internazionale, il cui comando è affidato alla Nato, e di preparare il dopo Gheddafi. Ancor prima dell'apertura del vertice, l'Unione africana ha annunciato che non parteciperà, mentre il Consiglio nazionale provvisorio si è impegnato a libere elezioni. I Paesi del Gruppo di contatto sono pronti a concedere al leader libico l'immunità e l'esilio, nell'ambito di un accordo per porre fine al conflitto. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha riferito ieri di «paesi africani che potrebbero offrire ospitalità» al Colonnello, anche se per ora «non ci sono ancora proposte formali».
Sul terreno, gli insorti riferiscono di essere stati costretti a fermare la loro avanzata verso Sirte dall'intenso fuoco di sbarramento dell'esercito di Gheddafi. «Siamo stati colpiti dalle forze di Gheddafi e siamo arretrati», ha detto un ufficiale ribelle, Hamad al-Awani, alla testa di un gruppo di combattenti che presidia ora Ben Jawad. Le forze fedeli al leader libico hanno utilizzato «razzi, granate e armi pesanti» per costringere gli insorti, che erano arrivati a qualche decina di chilometri da Sirte, alla ritirata in un'area in massima parte fedele al Rais. La tv libica ha intanto mostrato oggi immagini di Khamis, il figlio di Gheddafi dato per morto nei combattimenti da alcune fonti. Khamis, al comando di una brigata d'elite dell'esercito libico, è stato ripreso dalla tv mentre salutava la folla nei pressi di Bab al Azizia, la caserma-bunker del padre a Tripoli.

RICOMPARE KHAMIS Khamis è vivo e lotta contro i «crociati». Con molta enfasi, la tv di stato libica ha mostrato ieri sera immagini - definite in diretta - del figlio del Colonnello dato per morto in combattimento nei giorni scorsi anche dal segretario di Stato americano, Hillary Clinton. La tv ha mostrato Khamis, 32 anni, in divisa, mentre stringe le mani di alcuni sostenitori del regime radunati davanti alla caserma-bunker del Colonnello di Bab al Azizia, a Tripoli, per formare 'scudi umanì a difesa del Rais. Il sesto figlio di Gheddafi è al comando della 32/a Brigata, conosciuta in Libia come 'Brigata Khamis', una unità di elite che conta circa 10.000 uomini, di cui molti mercenari stranieri. La 'Brigata Khamis' è ritenuta la più agguerrita e spietata dagli insorti. Nelle scorse settimane si era diffusa la voce che Khamis fosse morto in un ospedale di Tripoli per le ferite riportate in un attacco suicida lanciato contro Bab al Azizia da un pilota dell'aviazione libica passato all'opposizione. Il regime aveva smentito la notizia. La 32/a Brigata, che ha il suo quartier generale vicino Bengasi, era stata inizialmente schierata da Gheddafi a difesa di Tripoli ma alcuni dei suoi uomini sono stati in seguito inviati in diverse aree del Paese per sostenere le forze governative nella lotta contro i rivoltosi. Formatosi nelle accademie militari russe, Khamis Gheddafi ha il grado di capitano ed è responsabile del reclutamento e dell'addestramento dei mercenari provenienti dai paesi dell'Africa sub-sahariana. Nel gennaio scorso, prima che esplodesse la crisi libica, il Dipartimento di stato Usa aveva organizzato un soggiorno di un mese e mezzo di Khamis negli Stati Uniti, secondo quanto rivela il Washington Post. Il soggiorno prevedeva anche una visita all'Accademia militare di West Point per il 21 febbraio. Visita cancellata all'ultimo minuto per il precipitare della situazione in Libia.

CHI PARTECIPA ALLA CONFERENZA Il Foreign Office ha diffuso l'elenco dei partecipanti alla Conferenza di Londra sulla Libia. Contrariamente alle aspettative della vigilia non è presente l'Unione Africana. Le organizzazioni internazionali sono: l'Onu, rappresentata dal Segretario Generale Ban Ki-moon e dall'inviato speciale per la Libia Abdelilah Mohamed Al Khatib; la Organizzazione della Conferenza Islamica con Ekmeleddin Ihsanoglu; la Nato con il segretario generale Anders Fogh Rasmussen; la responsabile per gli affari esteri della Ue Lady Ashton; la Lega Araba con l'ambasciatore Hesham Youssef. Le nazioni rappresentate a livello di ministri degli esteri sono Albania, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Estonia, Francia, Germania, Giordania, Grecia, Islanda, Italia, Kuwait, Lettonia, Libano, Lituania, Lussemburgo, Malta, Marocco, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Qatar, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Tunisia, Turchia, Ungheria.

IL DOCUMENTO A LONDRA Si chiama 'Visione per una Libia Democraticà il piano su come approdare al dopo Gheddafi presentato oggi alla conferenza di Londra dal Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) Libico. Alla base del progetto vi è l'intenzione di promulgare una costituzione e modellare lo Stato sul principio della separazione dei poteri. «La Libia - si legge in una nota di accompagnamento - è al crocevia con la storia. Ci lasciamo alle spalle gli anni bui della dittatura e ci avventuriamo in una nuova era di cambiamento democratico. Il Cnt, il solo legittimo rappresentante del popolo libico, ha compiuto i primi passi per realizzare le aspirazioni democratiche della gente». Il documento prosegue indicando «l'obbligo» da parte del consiglio di emanare una bozza di costituzione. La bozza affronterà nodi fondamentali come «la separazione dei poteri, il suffragio universale, la garanzia dei diritti umani fondamentali, lo stato di diritto». Il Cnt si propone infine di dar vita a una Libia che prenda parte alle attività della comunità internazionale in modo «attivo, costruttivo» su base «egalitaria». «Il popolo libico - conclude la nota - ha sopportato molti sforzi. Noi crediamo questo sia il primo raggio di luce a bucare le nubi della dittatura».

DONNA STUPRATA ACCUSATA DI DIFFAMAZIONE L'accusatrice è finita sul banco degli imputati. La donna libica che ha scioccato il mondo facendo irruzione in un albergo di Tripoli frequentato da giornalisti occidentali e denunciato pubblicamente di esser stata stuprata da miliziani di Muammar Gheddafi è stata a sua volta denunciata per diffamazione da alcuni degli uomini accusati delle violenze. Lo ha detto ai media britannici un portavoce del governo libico. «L'accusatrice è diventata l'accusata. Non ha portato nulla di sostanziale per suffragare le accuse. Non ha voluto farsi visitare da un medico. La sua denuncia è stata archiviata», ha detto Mussa Ibrahim, il portavoce che nei giorni scorsi l'aveva definita una prostituta: «I ragazzi che ha accusato di stupro stanno denunciandola perchè è un grave reato accusare qualcuno di un crimine sessuale». Secondo il Times Ibrahim ha detto che Imam sarebbe dovuta andare a denunciare lo stupro alla polizia: «Invece è andata dai giornalisti e ha fatto nomi. Ora il loro onore è macchiato, le loro famiglie hanno perso l'onore e questo è un grave crimine per la legge islamica». Imam aveva catturato l'attenzione del mondo quando aveva fatto irruzione al Rixos Hotel mostrando un taglio nella coscia e lividi sulle gambe e sulla faccia prima di esser afferrata da camerieri e dalle guardie di sicurezza dell'albergo e trascinata via in auto. La giovane donna aveva detto di esser stata sequestrata a un posto di blocco a Tripoli solo perchè originariamente veniva da Bengasi, la roccaforte dei ribelli, e che poi era stata ripetutamente violentata da 15 miliziani nell'arco di due giorni. Amnesty International ha definito il caso «rivoltante» e chiesto alle autorità libiche di liberare Imam. Ieri i suoi genitori avevano accusato il governo di tenerla ostaggio e oggi sua madre, in lacrime, ha detto a SkyNews che il governo libico le avrebbe offerto soldi per convincere la figlia a cambiare la sua versione dei fatti. Non è chiaro dove si trovi adesso Imam se non che, secondo Ibrahim, sarebbe stata portata davanti al procuratore capo libico per rispondere delle accuse contro di lei. Secondo i genitori, la giovane si troverebbe nel compound di Gheddafi a Tripoli.

PAESI AFRICANI FUORI DA CPI Sono 23 su 54 gli Stati africani che non aderiscono alla Corte penale internazionale (Cpi). Stati nei quali il leader libico Gheddafi potrebbe rifugiarsi, in teoria senza correre il rischio di essere trascinato davanti al tribunale dell'Aja per rispondere di crimini contro l'umanità. A stipulare lo Statuto di Roma del luglio del 1998 - atto con cui è nata la Cpi - sono stati in tutto il mondo 114 Paesi, di cui 31 africani. A non aderirvi c'è tutto il Nordafrica: oltre alla Libia, il Marocco, l'Algeria, la Tunisia e l'Egitto. Fuori dalla Cpi anche i Paesi del Corno d'Africa (Eritrea, Etiopia e Somalia), il Sudan, la Costa d'Avorio, il Ruanda. Ecco, in ordine alfabetico, l'elenco completo dei Paesi africani che non aderiscono alla Cpi: - Algeria - Angola - Camerun - Capo Verde - Costa d'Avorio - Egitto - Eritrea - Etiopia - Guinea Bissau - Guinea Equatoriale - Libia - Marocco - Mauritania - Mozambico - Ruanda - Sao Tomè - Somalia - Sud Sudan - Sudan - Swaiziland - Togo - Tunisia - Zimbawe.


 
   
#33
Burjny
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LIBIA, PESCHERECCIO ITALIANO
'SPARITO' A LARGO DI BENGASI.
OBAMA RINGRAZIA NAPOLITANO
                
                                      
    
          TRIPOLI - E' ansia per un peschereccio italiano, il 'Mariella', con tre italiani a bordo, il capobarca Angelo Miraglia, 43 anni, Ernesto Leni, di 62, e Giuseppe Gennuso, di 56. Il peschereccio, iscritto alla marinare di Siracusa, stava svolgendo attività di pesca a 50 miglia al largo di Bengasi: dopo un sos inviato con il sistema satellitare, del motopesca si sono perse le tracce.
I fatti risalgono alle 22.30 di ieri, quando il peschereccio ha lanciato un sos. Tutte le ipotesi vengono alla stato prese in considerazione: dall'incidente al sequestro.  Alla sala operativa della guardia costiera hanno visto l'unità spostarsi velocemente e poi scomparire: forse perchè il sistema di localizzazione è stato spento, si è guastato, o per altre cause. Per tutta la notte sono stati tentati dei contatti radio da parte delle capitanerie di porto, ma inutilmente. Nessuna risposta. Il peschereccio - di venti metri - era impegnato in attività di pesca nel golfo della Sirte già dallo scorso 24 marzo.

OBAMA RINGRAZIA NAPOLITANO Barack Obama ringrazia l'Italia per «l'appoggio costante alle operazioni della coalizione in Libia sotto il comando Nato». Al termine di una giornata forse chiave per la crisi libica, dopo la fuga del ministro degli esteri Libico in Gran Bretagna, il presidente degli Stati Uniti ha chiamato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, da qualche giorno in visita a New York. Una conversazione i cui contenuti sono stati resi noti da un comunicato ufficiale della Casa Bianca. Traendo spunto dai recenti festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, Obama è tornato a congratularsi con Napolitano e con tutto «il popolo italiano» per questa importante ricorrenza. Obama ha quindi affrontato con Napolitano il tema di maggiore risalto sulla scena internazionale, la crisi libica. «Barack Obama - si legge nella nota diffusa dalla presidenza Usa - ha espresso il suo profondo apprezzamento al presidente Giorgio Napolitano e al premier Silvio Berlusconi per la promozione della pace e della stabilità in tutto il mondo e per il costante appoggio alle operazioni in Libia sotto il comando della Nato». Il presidente americano, sottolinea il comunicato, «ha riconosciuto la competenza e la conoscenza dell'Italia della regione libica e ha ribadito la volontà di continuare con consultazioni ravvicinate tra i nostri due governi, in modo da agire per proteggere il popolo libico e far valere le risoluzioni 1970 e 1973 approvate dalle Nazioni Unite».

OBAMA AUTORIZZA OPERAZIONI CIA Armare o non armare gli insorti in Libia? Anche negli Usa il dibattito è acceso, con il presidente Barack Obama che non esclude questa possibilità. Intanto però, il Capo della Casa Bianca, secondo l'agenzia Reuters avrebbe già autorizzato, firmando un ordine segreto, operazioni di appoggio ai ribelli da parte della Cia. Operazioni che secondo il sito web del New York Times sono già iniziate «da alcune settimane», con agenti disseminati sul territorio libico per individuare obiettivi per i raid aerei e per contatti con la 'rivoluzionè assieme a colleghi dell'MI6 britannico. E questo, osserva il giornale, nonostante Obama abbia detto più volte che in Libia non intende inviare forze di terra, peraltro non previste dalla risoluzione Onu. Se quanto scrive il New York Times sarà confermato, le polemiche non mancheranno. Già l'ipotesi di fornire armi ai rivoltosi, secondo il giornale, divide l'amministrazione e sulla questione è in corso «un acceso dibattito» tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono. Come riconosce lo stesso portavoce di Obama, Jay Carney, il Cnt, il governo provvisorio dei ribelli, ha dato qualche primo segnale incoraggiante dicendosi pronto alla democrazia, ma i timori riguardano eventuali infiltrazioni di al Qaida, che non si possono escludere, nonostante i primi segnali provenienti dalla Libia non siano troppo preoccupanti. Tutti hanno infatti in testa l'Afghanistan, dove la situazione si è impantanata anche a causa delle forniture di armi statunitensi ai ribelli che combattevano contro le truppe sovietiche, negli anni dell'occupazione di Mosca. Citando fonti ufficiali di alto livello, il Nyt scrive che «alcuni temono che fornire armi possa significare un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti in una guerra civile» mentre «alcuni combattenti potrebbero avere legami con al Qaida». Secondo le fonti del quotidiano, si parla ampiamente della questione in seno alla Casa Bianca, il Dipartimento di Stato ed il Pentagono, e ci sono state richieste molto precise ai servizi di intelligence per tentare di capire qual è la reale presenza di al Qaida tra i ribelli. Al momento non è stata presa ancora nessuna decisione. Martedi Obama ha detto di non escludere l'ipotesi di fornire armi ai ribelli (ma si potrebbe anche scartarla), e ieri il segretario di Stato Hillary Clinton ha confermato al Congresso che nessuna decisione è stata ancora presa. Al Senato, il comandante in capo delle forze Nato, l'Ammiraglio James Stavridis, è stato infine il primo a non escludere la presenza di al Qaida tra i ribelli libici, anche se non ha voluto drammatizzare. Sugli aiuti ai ribelli, «nulla Š stato tolto dal tavolo» delle discussioni «per quanto riguarda l'assistenza letale», cioè la fornitura di armi, ha confermato oggi Carney, ricordando le parola di Obama della vigilia. Carney ha aggiunto che gli Stati Uniti rimangono «fiduciosi che la coalizione, responsabile per il controllo della no-fly zone e la protezione di civili in Libia, sarà in grado di portare la missione al successo». Rispondendo ad una domanda sull'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell'opposizione in Libia, Carney ha riconosciuto che non tutti i movimenti anti-Gheddafi «sono amici degli Stati Uniti».

CHI E' MUSSA KUSSA Mussa Kussa, il ministro degli esteri di Muammar Gheddafi che stasera è volato in Inghilterra ed ha annunciato la sua defezione, è sempre stato un fedele servitore del Colonnello, di cui era consigliere e stretto collaboratore, ed è stato uomo-chiave del regime come artefice della rete diplomatica che un decennio fa permise a Tripoli, dopo decenni di isolamento, di essere riaccolto nella comunità internazionale. Di modeste origini, originario della Tripolitania, 59 anni, dopo un master nel 1978 all'Università del Michigan, negli Usa, nel 1980 è nominato ambasciatore a Londra, da dove viene espulso lo stesso anno dopo aver affermato p'intenzione di «liquidare i nemici della rivoluzione». Dal 1984 dirige la Mathaba, una fondazione che finanzia movimenti di liberazione e guerriglia in tutto il Mondo, in particolare in America Latina e in Africa. Dopo due anni come viceministro degli esteri, diventa capo dei servizi segreti libici, incarico che mantiene dal 1994 al 2009. È l'uomo forte dei Comitati rivoluzionari, spina dorsale del regime. È lui, alla fine degli anni '90, a gestire diplomaticamente lo smantellamento del programma di armamento nucleare di Gheddafi e a maneggiare il delicato dossier degli indennizzi alle vittime delle due stragi, attribuite ai servizi segreti libici, di Lockerbie nel 1988 (270 morti) e del Dc-10 della compagnia francese Uta esploso nei cieli del Niger (1989, 170 morti), le due vertenze-chiave che aprono la strada alla fine delle sanzioni e dell'isolamento di Tripoli. Ha infine un ruolo chiave nella liberazione nel luglio 2007 delle suore bulgare, accusate dal regime di aver diffuso l'Aids in Libia. Nel 2009, dopo 15 anni a capo dei servizi segreti, viene nominato da Gheddafi ministro degli esteri al posto di Abdulrahman Shalgham. Quest'ultimo viene contestualmente nominato ambasciatore presso l'Onu e solo qualche settimana fa ha defezionato anche lui, pubblicamente.


 
   
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Burjny
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LIBIA, A MISURATA SI PIANGONO
I MORTI: 1000 IN DUE MESI
                    
                                      
    
          MISURATA - Whalid piange: «Non è arrivato nessuno, neppure oggi». Sul molo del porto militare di Bengasi aspetta da 12 ore un battello partito da Misurata con una decina di famiglie e qualche ribelle armato di rientro dal fronte. «Aspetto la mia famiglia. Ci sono tutti, anche i miei cinque nipotini», si dispera il giovane, rinfrancato dai tanti che invece hanno scorto un familiare sul battello. «Ora arriva un'altra nave, spero siano lì», dice il giovane prima di correre verso il molo del porto civile, dove attracca la Ionan Spirit, la nave dell'Oim che ha evacuato oltre mille persone. Oltre ai profughi, da Misurata arrivano a Bengasi conferme dell'eccidio: fonti dell'ospedale della città-simbolo della resistenza al colonnello Muammar Gheddafi stimano che dall'inizio del conflitto ci sono stati almeno 1.000 morti e 3.000 feriti. L'80% delle vittime sono civili. A Bengasi, l'arrivo del battello ribelle scatena entusiasmo: l'arrivo viene salutato dalle raffiche degli Ak47, e l'attracco scatena un putiferio. Lo spazio è stretto, si devono far scendere i feriti e i bambini, i ribelli sono nervosi, puntano l'indice contro l'occhio senz'anima delle telecamere che vogliono immortalare il momento. «Non c'è nulla da riprendere, basta, stanno soffrendo non vedete?» strilla minaccioso un ribelle. A Misurata «è in corso un genocidio», ha denunciato giorni fa Mustafa Jalil, capo del comitato nazionale transitorio (Cnt), atteso domani a Roma per un incontro con il premier Silvio Berlusconi, nel quale si discuterà anche «degli addestratori militari promessi da Italia e Francia», ha assicurato lo stesso Jalil. E alla vigilia dell'incontro, la Farnesina, per bocca del portavoce Maurizio Massari sottolinea che «l'Italia è estremamente preoccupata per la situazione della popolazione civile in Libia ed in particolare a Misurata, da dove ci arrivano notizie particolarmente allarmanti».

L'Onu «esige» la fine degli attacchi contro la «città martire» e ha inviato due emissari dal premier libico Al-Baghdadi Ali Al-Mahmoudi. Gli inviati hanno trasmesso a Tripoli la «severa condanna per l'uso della forza contro i civili», chiedendo inoltre il via libera senza restrizioni agli aiuti umanitari. Una delle operazioni più significative degli ultimi giorni da questo punto di vista è quella portata a termine dall'Oim. La Ionan Spirit è attraccata nel porto di Bengasi in serata, portando a circa 2.200 il totale dei lavoratori stranieri evacuati da Misurata in una settimana. Altri 5.000 attendono di partire, mentre sarebbero circa 400.000 i civili che sperano di essere portati via. «Questo è un impegno che noi e altre Ong non possiamo assumerci, non ne abbiamo la capacità», ha sottolineato Jeremy Haslam, responsabile dell'operazione Oim. Su Misurata intanto continuano a piovere razzi e artiglieria: oggi il bilancio, secondo i ribelli, è stato di quattro morti e cinque feriti. E mentre ad Ajdabiya, spazzata dal vento e dalla sabbia, i soldati del rais si sono limitati a lanciare tre missili Grad che non hanno causato vittime, nei pressi di Nalout, in Tripolitania, si sono registrati scontri a circa 12 km dal confine tunisino che secondo testimonianze non confermate avrebbero causato cento morti. La sera scende in Libia, e archivia un altro giorno di sangue e dolore.


 
   
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Burjny
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LA NATO: GHEDDAFI? NON
SAPPIAMO SE È VIVO O MORTO
                                                      
    
         TRIPOLI -  Che fine ha fatto Gheddafi? Crescono gli interrogativi sulla sorte del leader libico, che non si fa
vedere da dieci giorni e che neanche la Nato e il vescovo di Tripoli, notoriamente bene informato sul colonnello, sanno se è vivo o morto. Il suo bunker, nella periferia di Tripoli, è stato bombardato più volte dall'inizio dell'offensiva dell'Alleanza atlantica, il 19 marzo, e da giorni si rincorrono voci su un suo presunto ferimento o sulla sua morte. Certo, stupisce la lunga 'latitanzà di un uomo che vive nell'ossessione della propria sicurezza ma ama essere al centro dell'attenzione, preferibilmente in pubblico.

Secondo il vescovo, il 2 maggio il colonnello non è neanche andato ai funerali del figlio Saif al-Arab, ucciso nel bombardamento della sua casa assieme a tre nipoti del rais. La sua ultima apparizione alla televisione di stato risale al 30 aprile, quando ha minacciato di «portare la guerra in Italia», dopo il via libera del governo ai raid italiani e nel contempo ha proposto alla Nato negoziati per porre fine ai raid.
Dopo l'inizio della rivolta anti-regime, Gheddafi si era fatto vedere diverse volte in tv. Il suo discorso più
memorabile è quello del 22 febbraio, cinque giorni dopo la 'Giornata della collerà a Bengasi che scatenò la feroce repressione delle forze di sicurezza e innescò la 'guerra civilè in Libia.
In un 'discorso fiumè di 75 minuti alla tv, aveva minacciato di «ripulire la Libia casa per casa» se le proteste fossero continuate. Abbigliato con una tunica marrone, in piedi davanti ai resti della sua casa a Tripoli bombardata dagli americani nel 1986, con il suo Libro verde in mano, Gheddafi aveva usato toni ora furiosi ora disperati, picchiando anche i pugni sul podio. Aveva definito i manifestanti «Ratti, mercenari pagati da servizi segreti stranieri» e si era detto pronto a morire «da martire» pur di mantenersi al potere.

Più tardi, nella notte, il rais era comparso di nuovo in tv, ma solo per 22 secondi, sotto la pioggia: inquadrato con un mantello, uno stravagante copricapo nero e sotto un ombrello bianco mentre stava per salire su un fuoristrada nella sua residenza, aveva esortato i suoi sostenitori ad «uscire dalle case e ad attaccare (gli oppositori) nei loro covi». L'Italia è stata più volte bersaglio degli strali di Gheddafi nelle sue apparizioni in tv: «Abbiamo costretto l'Italia a inginocchiarsi, a scusarsi per il suo colonialismo e a pagare i danni, l'abbiamo costretta ad ammettere i suoi errori. È una cosa storica», aveva proclamato il 2 marzo.

GHEDDAFI? NON SAPPIAMO SE È VIVO O MORTO Con otto raid aerei in poche ore e attacchi missilistici a ripetizione su Tripoli, la Nato ha stretto la notte scorsa il cerchio attorno al rais, il cui bunker sarebbe stato nuovamente colpito, anche se ufficialmente l'Alleanza assicura che non si è aperta nessuna caccia a Gheddafi e il colonnello «non è un bersaglio» della missione militare in Libia. Mentre l'Onu invoca una tregua umanitaria, evocando i rischi di una penuria generalizzata di cibo e generi di prima necessità, aumentano i dubbi sulla sorte del rais, che non appare in pubblico da una decina di giorni e che non ha neppure partecipato ai funerali del figlio. «Non abbiamo alcuna prova se sia vivo o morto», ha detto il generale di brigata Claudio Gabellini, responsabile pianificazione dell'operazione Unified Protector, rispondendo a domande di giornalisti dopo l'operazione notturna nel corso della quale - secondo testimoni - sarebbe stato colpito anche il complesso di Bab al-Aziziya dove il Colonnello ha una sua residenza-bunker. «Non sappiamo cosa stia facendo ora Gheddafi. E a dire la verità, non siamo neppure interessati. Il nostro mandato è proteggere la popolazione civile libica ed eseguiamo questo mandato colpendo bersagli militari, non individui specifici», ha detto l'ufficiale italiano.

«La scorsa notte sono stati distrutti bunker di comando e di controllo usati dal regime di Gheddafi per colpire la popolazione civile», ha precisato Gabellini. Il portavoce del governo libico, Mussa Ibrahim, ha seccamente smentito le testimonianze secondo cui il compound del colonnello Gheddafi sarebbe stato colpito. «I raid hanno colpito il centro della città. Hanno centrato edifici governativi», ha riferito il portavoce. «Questi non sono obiettivi militari. Perchè li hann
o presi di mira?», ha chiesto Ibrahim. Secondo fonti ufficiali libiche, i raid notturni avrebbero preso di mira anche un centro per l'infanzia e quattro bambini sarebbero rimasti feriti. «Abbiamo letto questi rapporti, ma non abbiamo nessuna prova. Non abbiamo persone sul terreno, pertanto non possiamo confermarli», ha replicato Gabellini. Ma secondo il generale, le «solide informazioni» di fonte militare di cui l'Alleanza dispone smentirebbero queste notizie. L'ufficiale ha mostrato foto e video per supportare «l'alta precisione» degli attacchi della Nato, la cui maggiore preoccupazione - ha assicurato - «è di evitare vittime tra i civili».

L'intensificazione dei bombardamenti su Tripoli non rappresenta - ha insistito l'Alleanza - l'inizio di una escalation in Libia. «Noi continuiamo ad applicare la stessa strategia: ridurre il più possibile la capacità del regime di Gheddafi di colpire i civili», ha detto la portavoce Carmen Romero. «Non stiamo dando la caccia a Gheddafi», ha ribadito. Ma solo ieri, parlando dagli Usa, il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, ha dichiarato che per Gheddafi «la partita è finita». E molti osservatori ritengono che la Nato voglia imprimere una svolta alla missione il più presto possibile. «Prima sarà e meglio sarà», ha detto Rasmussen. L'Italia non commenta l'intensificazione dei bombardamenti aerei della Nato. Ma il ministro della Difesa Ignazio La Russa ribadisce che «l'Italia non partecipa a bombardamenti, anche condivisi, sulle città». Oltre che per la pressione militare dell'Alleanza, il regime quarantennale di Gheddafi potrebbe essere scalzato dalle proteste della popolazione civile. Secondo un sito dell'opposizione, sarebbero in corso rivolte contro il regime alla periferia di Tripoli e forze fedeli a Gheddafi - inclusi mercenari - starebbero defezionando e passando con gli insorti. Il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Innocenzo Martinelli, non conferma queste notizie, ma dichiara che «i libici hanno paura» e che «ogni giorno migliaia di persone partono verso Egitto e Tunisia».

IL GOVERNO: LA NATO NON HA COLPITO IL COMPOUND
Il portavoce del governo libico, Mussa Ibrahim, ha detto alla tv Sky News di non ritenere che il compound del colonnello Gheddafi a Tripoli sia stato colpito negli ultimi raid della Nato. «I raid hanno colpito il centro della città. Hanno centrato edifici governativi», ha detto il portavoce all'emittente, che riporta le sue dichiarazioni nel suo sito internet. «Questi non sono obiettivi militari. Perchè li hanno presi di mira?», ha chiesto Ibrahim.

E proprio riguardo gli obiettivi colpiti,secondo le fonti, sarebbe stata completamente distrutta la sede dell'Alta commissione per l'infanzia, già danneggiata in un attacco Nato del 30 aprile, ma non si ha notizia di eventuali vittime. Funzionari libici hanno condotto alcuni giornalisti a vedere l'edificio governativo distrutto, una vecchia costruzione coloniale situata nella zona di Dahmani. I funzionari hanno detto che l'attacco sarebbe avvenuto nella notte e sarebbe stato sferrato con un missile. Ieri la tv di stato libico citando un portavoce militare aveva dato la notizia di bombardamenti contro «obiettivi militari e civili» da parte di nave da guerra della Nato nella città occidentale di Misurata (in mano agli insorti) e nella vicina Zlitan.


 
   
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