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DIGITAL FREESAT FORUM / Other Countries & Languages / Apple e Intel: niente più "metalli insanguinati" n Moderat de grass
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clubmixrabilec
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Bloccato l'afflusso di minerali provenienti da zone di conflitto. Gli esportatori corrono ai ripari cercando compratori in Asia

   

   

                 FEDERICO GUERRINI                                        

               


Anticipando le mosse del legislatore americano, che dal prossimo mese, nel quadro dei provvedimenti contenuti nel “Dodd-Frank Wall Street reform and consumer protection Act” obbligherà le società hi-tech a rendere nota la provenienza dei materiali utilizzati nei loro gadget, Apple e Intel hanno annunciato che non acquisteranno più minerali provenienti dalle zone calde dei conflitti africani.

Una svolta positiva per i difensori dei diritti umani, che da tempo denunciano il lato oscuro della produzione dei gioiellini tecnologici che poi arrivano nei negozi di tutto il mondo, una perdita secca invece per trafficanti e esportatori, che, se da un lato assicurano di stare impegnandosi per fornire d’ora in poi metalli dal pedigree immacolato, dall’altro si affrettano a cercare nuovi compratori che non vadano tanto per il sottile.

“C’è di fatto un embargo – ha dichiarato a Bloomberg John Kanyoni, presidente dell’associazione degli esportatori di minerali dell’area del Kivu settentrionale, in Congo – ci impegneremo a proseguire con i programmi di tracciabilità, ma allo stesso tempo ci recheremo presto in Asia per trovare delle alternative”.

La questione è sgradevole e annosa. I metalli preziosi come l’oro, il tungsteno, il tantalio e lo stagno, hanno troppo spesso alle spalle storie di sfruttamento e schiavitù delle persone che li estraggono e la loro vendita serve a finanziare guerre civili come quella che da anni insanguina il Congo Orientale, un’area in cui, negli ultimi dieci anni, sono morte più di 5 milioni di persone e centinaia di migliaia di donne sono state stuprate durante la guerra fra le truppe dell’esercito e i rivoltosi.

Finora le società occidentali si erano difese dalle accuse delle Ong affermando di non aver la possibilità di tracciare la filiera per capire se con i loro acquisti stanno contribuendo a finanziare dei conflitti, a causa delle troppe le “zone grigie” attraverso cui era possibile eludere controlli e regolamenti, ma la crescente sensibilità dell’opinione pubblica e le pressioni politiche hanno reso sempre più difficile proseguire con quest’approccio. Il “Dodd-Frank Wall Street reform and consumer protection Act” non impedirà alle aziende di utilizzare materiali di dubbia provenienza, ma li costringerà a dichiararlo apertamente, rischiando pesanti ricadute negative in termini di immagine,

Persi i loro migliori acquirenti, i commercianti africani potrebbero guardare con favore alle opportunità offerte da mercati in espansione come quello cinese, affamati di metalli: si stima che la domanda di rame, per esempio, dovrebbe crescere in media del 7 % l’anno da qui al 2014. L’aumento delle esportazioni verso l’Asia potrebbe però non bastare a compensare la perdita dei clienti europei e americani, che consumano di più e pagano meglio.

A subire le conseguenze dell’embargo saranno anche, forse soprattutto i minatori “artigianali”, 200.000 solo in Congo, che si spaccano la schiena per vendere per pochi dollari i metalli preziosi ai trafficanti che poi decuplicano i profitti rivendendo la merce agli stranieri.

D’altra parte, sono loro l’anello debole della catena e i più soggetti ad abusi e sopraffazioni; per questo il governo del Congo vorrebbe industrializzare e centralizzare le operazioni di estrazione in modo da poter esercitare maggiori controlli sulle condizioni di lavoro nelle miniere, garantire la tracciabilità dei minerali in modo da attirare nuovamente i capitali occidentali e, ultimo ma non meno importante, accrescere i propri introiti.


pus acum 15 ani
   
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